Dirk Nowitzki, catarsi e redenzione

“Non sono in tanti là fuori a sapere quali sacrifici abbiamo fatto solamente per scendere in campo e raggiungere un traguardo del genere. È l’ennesima dimostrazione di come abbia approvato la sua intera carriera ”

(R. Carlisle)

Poche settimane dopo aver commosso ed essersi commosso a sua volta per l’ovazione che Doc Rivers ha invocato per lui da tutto lo Staples Center, Dirk Nowitzki è diventato il sesto marcatore in ogni momento nella storia della NBA (31.420 punti), superando Wilt Chamberlain uno che, in qualunque altra cultura sarebbe considerato un semidio ”.

Non è questo il luogo per ripercorrere la carriera di quello che, con pochi temi di smentita, può essere considerato il giocatore europeo più forte di sempre e aver attraversato l’Atlantico (in attesa di capire cosa il destino abbia in serbo per Luka Doncic e con negli occhi tutto il rimpianto per quel che potrebbe essere e non è stato per Drazen Petrovic), così come aderire alla giusta narrazione dell’atleta che è arrivato ai vertici del proprio sport grazie ad un’etica del lavoro fuori dal comune che ha supplito alle (poche) mancanze di Madre Natura sarebbe del tutto pleonastico. Bastano, in tal senso, il tweet di LeBron James e / o James Harden è una testimonianza dell’infinito rispetto che si è ottenuto tra gli ultimi esponenti dello spicco di chi Il gioco è l’inventato e questo splendido articolo di Dario Costa su Ultimo Uomo che vi invita ad andare a leggere o rileggere se già fatto, che tanto maschio non fa.

C’è, però, un momento preciso in cui Nowitzki diventa anche Nowitzki, la sua storia diventa una storia di catarsi ed espiazione e la sua parabola assume la curvatura che abbiamo imparato a conoscere.

Nel 2005/2006 ‘Wunder Dirk’ è già uno dei giocatori più completi della lega e trascina i Dallas Mavericks alle Finals contro i Miami Heat, non è passato attraverso le forche caudine di una sanguinosa serie con i San Antonio Spurs risolta alla settima partita (37 e 15 rimbalzi del tedesco) e di un finale di Conference in cui Phoenix Suns di Mike D’Antoni si oppone a una resistenza molto più stretta di quanto non racconti il ​​4–2 punti negli almanacchi. Basterebbe questo per dare ai texani il ruolo di preferiti. E, in effetti, le prime due parti della serie finale sono un autentico studio clinico che mostra spalancare ai Mavs le porte che conducono al primo titolo della loro storia; almeno fino alla metà del terzo quarto di gara-3 quando un’aura giordana si impossessa di Dwyane Wade, acconsentiamo di apporre la firma in calce al 4–2 Heat che, fino al 2016 del “Cleveland this is for you!” di lebroniana memoria, rappresentato uno dei più clamorosi sconvolto dalla pallacanestro contemporanea.

La stagione dopo, se possibile, finisce in maniera addirittura peggiore. Nowitzki viene nominato MVP (24.6 punti, 8.9 rimbalzi e 3.4 assist di media e l’ingresso nel prestigioso ‘club del 50–40–90’: almeno il 50% dal campo, il 40% da tre e il 90% ai liberi tutto stagione lunga ) dopo aver trascinato Dallas al 67–15 nella stagione regolare che vale il primo posto ad Ovest e un primo turno di playoff apparentemente comodo contro i Golden State Warriors non ancora Golden State Warriors. L’avverbio non è usato in un caso: perché, per 10 giorni, il Barone Davis si è trasformato in un giocatore totalmente impraticabile e, complice un’Oracle Arena in uno stato di voltaggio che non è visto visto negli anni dei titoli in serie, trascina i figli della Baia alla prima serie di PO al meglio delle sette parti vinta da una testa di serie numero 8 contro una numero 1.

Secondo sconvolgimento consecutivo e l’idea della sopravvalutazione che si insinua sempre più strisciante nella mente di tifosi, addetti ai lavori, probabilmente anche in quella di Nowitzki stesso. Che, a quel punto, fa la cosa che si deve fare in questi casi: parte, in compagnia di Holger Geshwindner, l’uomo che lo ha seguito e allenato per tutta la vita, per andare lontano. Lontanissimo. Fin nell’outback australiano, alla ricerca dell’equilibrio e della serenità perduta e poi ritrovati nell’intensità del silenzio di Ayers Rock, il massiccio roccioso che nella mitologia aborigena del tjukurpa (o ‘era del sogno’, quella antecedente alla creazione del mondo) Questi ultimi sono fonte d’ispirazione per gli uomini alla ricerca di se stessi, della propria identità, della propria natura. Una rivisitazione, in chiave ancor più antica, del ‘viaggio di formazione’ al termine del quale Dirk trova quello che cerca, senza la necessità di doverlo per forza comunicare a qualcuno.

A quel punto, infatti, si tratta solo di aspettare. Aspetto che la storia, nella sua costante ciclicità, faccia il suo corso e gli dia quella seconda occasione che uno come lui merita.

E la seconda occasione arriva nel 2011. Ancora in finale., Ancora contro Miami Heat figli della ‘Decision’ 1.0 di LeBron e in vantaggio 2–1 nella serie dopo una gara-3 in cui, proprio un suo errore sulla sirena, usato di portare la partita al supplemento. Nella gara-4, con Miami avanti 74–65 in apertura di ultimo quarto all’American Airlines Center, sembra che tutto sia gattopardescamente cambiato per non cambiare mai. Ma, in realtà, ad essere cambiato è un Nowitzki permeato da una nuova scoperta di sé: layup del decisivo +3 di Dallas (che vincerà 86–83 pareggiando la serie sul 2–2), 25 punti di media nelle due parti successive che significano aello e redenzione (con tanto di fuga commossa negli spogliatoi al termine di gara-6), titolo di MVP nelle Finali che sono stati calcolati segnatamente rispetto all’eredità del figlio di Akron e che, invece, danno l’esatta dimensione di quella del figlio di Würzburg.

“Aspettavo questo momento da tanto, visto che mi mancavano circa 200 punti a inizio anno. Ci sono stati momenti in cui pensavo che non l’avrei fatta, visto come è andata la stagione con lo sfortunato. Il recupero è estremamente lento. Ma nelle ultime settimane sono sentito meglio e anche le prestazioni sono migliorate, e la squadra ovviamente mi ha cercato chiedendomi di segnare. Sono contento che ora sia finito tutto ”, ha commentato questa notte nel momento in cui il mondo si era fermato per rendergli omaggio ancora una volta. E lo ha fatto con la tranquillità di chi, come nella scena finale de L’Ultimo Samurai , ha trovato “quel poco di ritmo che tutti cerchiamo e che solo alcuni raggiungono”.

Dirk Nowitzki l’ha raggiunta quando si trova di fronte un antico monolite nell’entroterra australiano, ritrovando se stesso quando nessuno, lui compreso, ci sperava di più e regalando un insegnamento ancora più grande di un trofeo di campione NBA. Perché ognuno di noi ha la sua personale Ayers Rock, quel luogo che cambierà totalmente la nostra visione e percezione della vita. Basta solo trovarlo. E poi aspettare. Che tanto la seconda occasione arriva, prima o poi.